Author: Eugenia Durante

E adesso?

Questo post è stato pubblicato originalmente da Dalia Al-Najjar sul suo profilo di Facebook. Lo traduciamo con il consenso dell’autrice.

Dalia Al-Najjar, Striscia di Gaza – All’improvviso l’estate è diventata autunno, cosí come Gaza è collassata in mucchi di devastazione, la speranza in lugubre depressione e io… io sono collassata in un corpo trafitto dal dolore, dall’incomprensione, dalla stanchezza.

E’ stato il primo giorno che uscivo di casa dalla fine dell’attacco brutale a Gaza che è cominciato lo scorso 8 luglio. Nonostante le strade siano piene di vita, questa non sembra affatto vita. Mi sembra che la gente sia costretta a vivere, costretta a ritornare alla routine giornaliera come se nulla fosse accaduto. E quando qualcuno passa accanto a una pila di macerie, che sono letteralmente in ogni strada, all’inizio si chiede da dove vengano, e poi comincia a non farci piu’ caso, come se le macerie fossero qualcosa di normale da vedere in una strada. Le persone sono come zombie o sonnambuli a causa del peso insostenibile che portano sulle spalle. Si capisce che stanno cercando di dimenticare ricordi che sono purtroppo indimenticabili, che se ne stanno come aghi piantati nelle loro vene. 

Per tutta la durata del tragitto, l’autista ha continuato a raccontarci la storia delle case distrutte. Nel silenzio che seguiva ogni storia, immaginavo cos’era successo. Potevo sentire i rumori e le sensazioni delle case che crollavano, il pianto delle madri… ho pianto anche io.

Quando sono uscita dalla macchina, ho girato per le strade guardando tutta quella distruzione come se stessi camminando in un museo, ho cercato di scavare negli sguardi delle persone per leggere le loro storie.

Paulo Coelho ha detto: “Aspettare è doloroso. Dimenticare è doloroso. Ma non sapere cosa fare è la sofferenza peggiore.” Sono completamente d’accordo: siamo in bilico tra un destino incerto e i nostri ricordi incancellabili.

Non mi sembra che la guerra sia finita… almeno non finché avró incubi legati alla guerra, finché i droni non avranno lasciato i nostri cieli… continuano a passare sulle nostre teste. Non sono solo fastidiosi, ma ci fanno sentire poco sicuri e vulnerabili. Gli aerei militari sorvolano i nostri cieli e siamo ancora spaventati, confusi e insicuri.

Non ci sono piú uccisioni, ma la sofferenza continua, e probabilmente continuerá ancora per molto, a meno che una mattina non ci svegliamo tutti in preda a una potente amnesia. E se ció non dovesse accadere… continueremo a soffrire in silenzio per chissá quanto.

Le due facce della medaglia

Questo post è stato scritto in inglese da Dalia sul suo blog il 22 agosto, prima della tregua.

Dalia Al-Najjar, Striscia di Gaza – Vi siete mai chiesti come ci si senta quando la vostra casa viene bombardata proprio sopra la vostra testa? E come si senta invece il pilota quando preme il bottone che lascia cadere la bomba?

Iniziamo con la storia miracolosa di una mia amica.

Haya Abu Dagga ha 20 anni, è la prima di sette fratelli, studia architettura, e il suo sogno sin da piccola è diventare un architetto per aiutare a ricostruire Gaza.

Haya, che è stata testimone della seconda Intifada, dell’aggressione del 2008-2009, di quella del 2012, dell’assedio e dell’attacco attuale, a malapena riesce a credere quello che le è successo, non riesce proprio a crederci.

Durante un attacco israeliano, lei e la sua famiglia hanno dovuto lasciare la loro casa nel bel mezzo della notte dopo che l’esercito israeliano aveva liberato dei gas velenosi nell’area. La loro casa, classificata come “in un’area a rischio”, è stata parzialmente distrutta. Si sono rifugiati allora nella casa della zia, che è stata a sua volta bombardata da bombe di artiglieria. Sono dovuti scappare di nuovo. Una loro conoscenza ha offerto loro un piccolo bilocale in cui stare. Ieri pomeriggio, la casa è stata colpita dagli F16.

“Mio padre mi ha chiamata per pranzo” ricorda “Gli ho detto che non volevo mangiare, volevo solo dormire e una volta sveglia andarmene di qui. Odiavo quel posto e non volevo starci un momento di più.”

Appena ha appoggiato la testa sul cuscino… BOOM. Uno scoppio fortissimo ha fatto tremare ogni angolo della casa, e poi sono cominciati a piovere detriti e pietre. “All’improvviso ho visto tutti i miei fratelli uno sopra l’altro, non so come sia successo. E’ stato orribile,” mi dice con voce tremante.
“E’ stato un incubo. Per un momento non potevo credere che fosse vero.”

Erano coperti da pietre e polvere, non potevano vedere nulla se non un fumo denso.

“E’ successo tutto in meno di un secondo.”

La madre ha detto loro di scendere velocemente, ma era impossibile perché le scale erano parzialmente distrutte e non si vedeva nulla.

La sorellina più piccola è caduta dalle scale. In qualche modo i suoi fratelli sono riusciti a scendere, ma Haya è rimasta intrappolata al piano di sopra.

“Continuavo a strofinarmi gli occhi cercando di vedere qualcosa, ma non serviva a nulla,” mi dice.

Quando aveva ormai quasi perso la speranza, la voce di sua sorella l’ha scossa. Ha cominciato a correre seguendo la voce e finalmente li ha trovati.

Hanno camminato a piedi nudi sul suolo pieno di schegge sotto il sole cocente di agosto. Correvano senza sapere dove andare. Correvano per aver salva la vita.

Sua madre e i fratellini piccoli non potevano correre velocemente.

“Il mio fratellino più piccolo piangeva attaccato a mia madre. L’ho preso e Dio, tremava da far pietà,” dice Haya.

Suo fratello e suo padre sono stati feriti. Quando finalmente sono riusciti a raggiungere un posto sicuro, suo padre le ha detto di contare tutti i fratelli e assicurarsi che fossero tutti lì. Sanguinava, ma non se n’è accorto finché non gliel’ha detto Haya.

Quella di Haya non è l’unica famiglia che ha dovuto sopportare tutto questo. I suoi fratellini non sono gli unici bambini a cui è stata negata l’infanzia. Tantissime famiglie hanno sperimentato questo dolore.

Ora parliamo di come si debba sentire il pilota. Prendiamo questo tizio, Dan Halutz, un generale della Air Force israeliana che, in un’intervista del 2002, ha risposto così a un giornalista che gli ha chiesto cosa provasse quando lasciava cadere una bomba:

“Questa non è una domanda legittima. Ma se in ogni caso volete sapere come mi sento quando lascio cadere una bomba, ecco qui: sento un sottile singulto dell’aereo e poi la bomba cade. Un secondo dopo, è come se la bomba non fosse mai esistita. Ecco come mi sento.”

Le prime lacrime di gioia

Questo articolo di Dalia Al-Najjar è stato pubblicato in inglese sul sito di Youth Journalism International. Lo pubblichiamo tradotto con il gentile consenso dell’autrice e dell’editor del sito.

KHANYOUNIS, Striscia di Gaza, Dalia Al-NajjarUn’ora prima dell’annuncio della tregua a lungo termine

Attesa cauta. Pensieri pieni di speranza. Cerchiamo tutti di raccogliere tutto il dolore, la tristezza e l’angoscia per sputarli fuori dai nostri polmoni esausti.

I nostri occhi confusi sono fissi agli schermi della TV, mentre ascoltiamo ogni parola che tenta di penetrare in noi per portare un po’ di speranza, positività e felicità innocente.

È tutto vero? È questa la fine delle nostre sofferenze interminabili? È arrivata? Possiamo adesso vantarci di essere sopravvissuti per miracolo? In cuor suo, nessuno ci crede, rifiutando addirittura di pensare in silenzio alle risposte a queste domande, mentre i bombardamenti continuano e altre persone muoiono.

Negli ultimi giorni, siamo stati delusi così tante volte…

Non possiamo credere che la nuvola nera si stia finalmente dissolvendo.

Dopo l’annuncio

Un boato di applausi nella stanza. Abbiamo ottenuto quello che fino a pochi minuti fa sembrava impossibile. Gli occhi sono pieni di lacrime, ma per la prima volta sono lacrime di felicità.

Esaltazione. Bambini felici che corrono nella strada a esprimere la loro felicità. Canti che risuonano nelle moschee. Pura gioia. Paradossalmente alcune persone sparano in aria per celebrare la tregua a lungo termine – o almeno, così si spera. Ma poi la polizia li ferma – purtroppo ci sono stati alcuni feriti per questi “spari di felicità”.

I festeggiamenti sono letteralmente scoppiati quando la tregua è entrata in vigore alle 16 GMT di Giovedì e sono continuati fino a tarda notte, mentre gioivamo alla fine di sette settimane di violenza e sangue.

Siamo scesi tutti nelle strade per cantare e festeggiare. Ci eravamo quasi dimenticati del sapore della felicità.

Nonostante non fosse una felicità immacolata, abbiamo provato delle sensazioni positive, pur sapendo bene che questa è a malapena la fine dell’inizio.

Sappiamo che questo momento non può colmare il vuoto creato dalle nostre perdite. Sappiamo che ci serviranno più tempo e pazienza per rimetterci in sesto, pezzettino dopo pezzettino.

Il mio telefono non ha smesso un secondo di squillare. I miei amici mi hanno chiamata per congratularsi perché tutti volevamo condividere questo momento con le persone che amiamo.

È meraviglioso vedere Gaza in preda ai festeggiamenti. Ci dà la forza per continuare a lottare.

Sui social media, la gente ci ha dedicato sincere dimostrazioni di felicità, gioia e emozioni indescrivibilmente empatiche. Molti non potevano credere che i combattimenti fossero finiti. Altri piangevano di gioia.

Essere sopravvissuti a questa guerra ci assicura di potercela fare in ogni situazione. Ricostruiremo Gaza, ma non potremo mai dimenticare.

Vivremo con il ricordo dei nostri cari, delle nostre case distrutte e di ogni singolo momento di questi orribili 50 giorni.

La tregua

Tra ieri notte e stamattina a Gaza la popolazione, definita da Dalia come “i sopravvissuti”, si è riversata nelle strade e nelle piazze per festeggiare la tregua di “lungo periodo” istituita da un accordo stipulato tra Hamas e il governo israeliano in Egitto. Nonostante la tregua, i bombardamenti a Gaza, seppur di minore entità, sono continuati, con Israele che ha bombardato alcuni edifici in cui si sospettava Hamas avesse svolto le sue attività. L’accordo prevede il cessate il fuoco, un’apertura del governo israeliano nei confronti del severo embargo che in pratica proibisce agli abitanti di Gaza di rifornirsi di medicine, cibo e beni di prima necessità, l’affidamento della ricostruzione della Striscia ai palestinesi, l’estensione delle miglia in cui ai palestinesi è consentita la pesca e una possibile apertura di Israele nei confronti del controllo esercitato dalle autorità palestinesi a Gaza. Dalia ha comunque espresso il timore dei civili palestinesi che si riveli tutto una bolla di sapone e la tregua venga rotta dopo poche ore o giorni, come già accaduto in passato.
Al momento, secondo le autorità palestinesi i morti per mano di Israele dallo scoppio di questa nuova fase del conflitto sono stati
almeno 2140, di cui la maggior parte civili, inclusi molti bambini. Israele riporta almeno 70 morti, per la maggior parte militari uccisi negli scontri.

Prima che venisse dichiarata la tregua, Dalia ha postato questo testo sul suo blog:

 25 agosto, Khan Younis, Striscia di Gaza, Dalia Al-Najjar

Mi sento come se avessi mille anni per la portata degli eventi di cui sono stata testimone nei miei 20 anni di vita.

E’ davvero difficile lasciare andare tutti i ricordi tristi, ma la cosa peggiore è che i pochi ricordi felici non riescono a riempire il vuoto.

E’ come affogare nella depressione, nella tristezza, inell’impotenza e malinconia. Ogni esplosione che sento mi uccide, ognuna si porta via con sé un pezzetto di me. Mi sono ritrovata a pensare di non essere altro che piccoli pezzettini tenuti insieme dalle lacrime.

Fare respiri profondi, piangere, guardare il mio comico preferito e persino scrivere non mi stanno più aiutando come una volta.

E’ come se dentro fossi già morta. Cerco disperatamente di fare qualsiasi cosa mi faccia sentire viva, ma nulla sembra funzionare.

Ho pianto, e penserete che sia una cosa buona, ma la tristezza se ne sta sopita per un paio d’ore, e poi si sveglia il giorno dopo, di nuovo.

Sono andata fuori a vedere l’alba, il cielo era a strisce rosse. Ho pensato che persino il cielo sembrasse arrabiato e furioso quando improvvisamente una potente esposione ha fatto tremare la casa. Non so come sono finita in piedi. Sono corsa in casa dove sulle facce di ognuno era dipinto il terrore, da mia madre al mio fratellino più piccolo.

“Va tutto bene” continuavo a ripetermi “è solo un’esplosione”. E poi un’altra serie di forti esplosioni hanno fatto tremare la città come se fosse un tamburo.

I bombardamenti sono continuati per tutta la notte, giuro che ogni esplosione faceva tremare il mio letto, mi pareva di essere seduta su un letto a dondolo.

Se io lo trovo spaventoso, cosa penseranno i bambini? Davvero non lo so.

So che non sono la più sfortunata, so che c’è chi sta peggio, ma tutto è troppo doloroso per pensarci.

Questa routine di notti insonni, di paura e orrore e depressione è così stancante. Le foto e le urla dei bambini mi perseguitano giorno e notte. E anche quando collasso e dormo, mi sveglio urlando da qualche incubo su questa guerra assurda. Ieri ho fatto un sogno che sembrava così reale… la mia casa veniva bombardata mentre io ero dentro, e una volta che le pietre e i detriti hanno iniziato a cadere io ho sentito ogni atomo di pietra graffiare la mia faccia. All’inizio ho lottato, ma poco dopo mi sono arresa e ho dato il benvenuto alla Fine di ogni Dolore. Poi mi sono svegliata.

Non avrei mai pensato nella mia vita che ad un certo punto avrei pensato alla morte come una scelta possibile, ma forse è perché a Gaza stiamo morendo tutti lentamente in ogni caso.

Anche se sono ai minimi termini credo ancora che tutto andrà bene. Dio non ci lascerà. E alla fine ricostruiremo tutto, e sarà migliore di prima.

 

Hai un nuovo messaggio

10599508_369739113173652_2991878720564371350_n

L’IOF (Israeli Occupation Force) sta mandando sms intimidatori ai cellulari dei civili:
“L’IOF ha bombardato le case e le torri usate in precedenza da Hamas per scopi militari, e ha anche ucciso alcuni dei leader terroristi di Hamas. E’ guerra.”

 

Dalia ha pubblicato questo post completo di screenshot sul suo profilo Facebook stanotte, verso le 3 del mattino italiane.

Il primo giorno di tregua.

Questo articolo è stato pubblicato in lingua inglese su Global Voices. Lo riportiamo in italiano con il gentile permesso dell’autrice.

11 Agosto 2014, Khan Younis, Striscia di Gaza –  Dalia Al-najaar
Tre giorni di guerra e tre giorni di tregua. Funziona così. Noi civili non abbiamo voce in capitolo; ci ammazzano e distruggono le nostre case. Non ci resta che soffrire in silenzio.

È come se chi sta al potere stesse giocando a un videogioco. Premono pausa ogni volta che vogliono discutere; discussioni che non portano nulla, se non altra disperazione.

Subito dopo l’inizio della tregua, il silenzio ha avviluppato questa striscia di terra di 25 miglia, un silenzio rotto solo dal ronzio dei droni.
In un paio d’ore, le strade hanno iniziato a riempirsi di nuovo. I bambini finalmente si sono staccati dalle loro madri e hanno ottenuto il permesso di giocare fuori.

Si poteva vedere un cauto ottimismo brillare negli occhi di tutti.

I giovani di Gaza vogliono fare qualcosa per aiutare, anche se sono i primi ad avere disperatamente bisogno di aiuto e di supporto psicologico. Molti cercano rifugi e strutture dove aiutare i bambini. Altri vanno a riparare le loro case semi-distrutte o offrono aiuto nelle aree più devastate.

Ho deciso di sfruttare le ultime ore del primo giorno di tregua per visitare una delle tante scuole diventate rifugi provvisori. Attualmente più di 220.000 degli 1,8 milioni di abitanti di Gaza sono ospiti degli 89 centri gestiti dall’ONU, molti dei quali una volta erano scuole.

Mi ero messa d’accordo per andare con un’amica alla fine della settimana, ma non sapevo se la tregua avrebbe retto fino ad allora. Non volevo perdere l’occasione di visitare i centri e condividere la sofferenza di chi vi si rifugia.

Erano le sette di sera quando ho deciso di andare. Mia madre ha cercato di impedirmelo, dicendo che era tardi ed era una follia. Non è servito a nulla.

Il sole ci ha abbandonati per portare i suoi raggi altrove, lasciandoci ad affogare nell’oscurità dell’ingiustizia e della notte. L’elettricità è diventata preziosa a Gaza, da quando gli aerei israeliani hanno attaccato l’unica centrale elettrica lo scorso 28 luglio.

Quando sono arrivata, la scuola era piena zeppa di facce tristi e cuori infranti.

La prima cosa che ha catturato la mia attenzione sono stati bambini che giocavano su un’altalena ricavata da un pezzo di legno e una rete. Ho parlato con loro. Mi hanno chiesto se facessi parte di qualche organizzazione benefica, ma ho dovuto deluderli.

Sono salita nella stanza numero 8, dove vivono diciotto famiglie. Lì ho parlato ad Heba Abu Taiema, madre di due bambine e quattro figli maschi, 34 anni. Erano lì da più di un mese. Solamente il suo volto e i suoi occhi potevano descrivere le sue sofferenze.

“Avevamo appena pranzato quando le bombe di artiglieria hanno cominciato a cadere come pioggia sulla nostra casa e nel nostro quartiere. Abbiamo chiamato la Croce Rossa e le ambulanze per portarci via ma non sono riusciti a raggiungerci per via dei bombardamenti a tappeto,” mi ha detto Heba. “Non potevamo più resistere, i bambini piangevano ed erano terrorizzati, quindi abbiamo lasciato la casa a piedi, camminando con cautela di casa in casa finché non abbiamo raggiunto un luogo più sicuro.”

Mi ha spiegato che alcuni uomini feriti erano rimasti indietro, e alcune donne hanno deciso di tornare indietro e aiutarli. Hanno preso una bandiera bianca e camminato verso gli uomini, visto che erano ancora vivi, ma i soldati israeliani hanno iniziato a sparare anche alle donne, che sono state costrette a tornare indietro.

Quattro giorni dopo gli uomini sono stati trovati morti, secondo Heba. Sono morti di emorragia, hanno sanguinato fino all’ultimo respiro. Uno dei morti era il cognato di Heba. Era stato prigioniero di Israele per sei anni. Aveva cinque bambine; la più piccola ha appena 11 mesi. Suo fratello è morto di cancro in Egitto. E’ arrivato in Egitto troppo tardi perché il confine a Rafah era chiuso. Heba ha detto che sua suocera ha pianto fino a perdere la vista. Le è rimasto soltanto un figlio.

Heba ha descritto la vita nella scuola come un inferno.

“Manca l’acqua. Vado tutti i giorni all’ospedale per procurarmela. Porto l’acqua per 500 metri sotto il sole cocente. Quando dobbiamo lavarci, andiamo negli ospedali. Non c’è elettricità. Il mio telefono è scarico da secoli e non posso contattare la mia famiglia in Giordania. Devono essere davvero preoccupati: sono la loro unica figlia.”

Dormono tutti sul pavimento ad eccezione delle donne incinte, degli anziani e dei disabili che dormono su materassi.

L’ho ringraziata per avermi raccontato la sua storia e mi sono spostata nella stanza numero 5, dove stavano 98 persone.

Qui ho incontrato una donna adorabile in sedia a rotelle. Ghadeer Abu Latifa, 32 anni, madre di tre figli, è stata ferita dopo che la casa in cui la sua famiglia si stava rifugiando è stata bombardata. Suo marito è in Belgio, dove è ricoverato per una brutta ferita che ha ricevuto in un’offensiva israeliana a Gaza.

La sua unica figlia, Nisyona, è diabetica. La malattia le è stata diagnosticata quando aveva 5 anni. Quell’anno i bulldozer israeliani hanno distrutto la sua casa. “Non mi uccidete, non ci uccidete,” aveva urlato quel giorno.

Ghadeer mi ha detto che lo staff della scuola cerca di fare il possibile per aiutare le 3000 persone che vivono nella scuola, ma non è un compito facile.

Mi ha ringraziata per quello che faccio.

“Vedere il tuo sorriso, come quello di altri ragazzi disposti ad ascoltare le nostre storie tristi e ad aiutarci mi dona speranza. Sappiamo che Gaza potrà rimettersi in piedi grazie a giovani come te,” mi ha detto con un sorriso triste.

Ho lasciato la scuola alle 10. C’erano problemi con i trasporti, quindi ho camminato da sola sotto una bellissima luna piena, senza riuscire a scacciare il loro dolore dalla mente.

Le cose più tristi sono le più difficili da raccontare, perché le parole non bastano a raccontarle: le sminuiscono.

Le mie parole trasformano il loro dolore in qualcosa di concreto, ma la loro tristezza è infinita. Le parole non potranno mai descrivere il dolore provato da queste persone. Le mie parole possono solo darvi un minuscolo spaccato di quello che stanno attraversando.