Global Voices

Il primo giorno di tregua.

Questo articolo è stato pubblicato in lingua inglese su Global Voices. Lo riportiamo in italiano con il gentile permesso dell’autrice.

11 Agosto 2014, Khan Younis, Striscia di Gaza –  Dalia Al-najaar
Tre giorni di guerra e tre giorni di tregua. Funziona così. Noi civili non abbiamo voce in capitolo; ci ammazzano e distruggono le nostre case. Non ci resta che soffrire in silenzio.

È come se chi sta al potere stesse giocando a un videogioco. Premono pausa ogni volta che vogliono discutere; discussioni che non portano nulla, se non altra disperazione.

Subito dopo l’inizio della tregua, il silenzio ha avviluppato questa striscia di terra di 25 miglia, un silenzio rotto solo dal ronzio dei droni.
In un paio d’ore, le strade hanno iniziato a riempirsi di nuovo. I bambini finalmente si sono staccati dalle loro madri e hanno ottenuto il permesso di giocare fuori.

Si poteva vedere un cauto ottimismo brillare negli occhi di tutti.

I giovani di Gaza vogliono fare qualcosa per aiutare, anche se sono i primi ad avere disperatamente bisogno di aiuto e di supporto psicologico. Molti cercano rifugi e strutture dove aiutare i bambini. Altri vanno a riparare le loro case semi-distrutte o offrono aiuto nelle aree più devastate.

Ho deciso di sfruttare le ultime ore del primo giorno di tregua per visitare una delle tante scuole diventate rifugi provvisori. Attualmente più di 220.000 degli 1,8 milioni di abitanti di Gaza sono ospiti degli 89 centri gestiti dall’ONU, molti dei quali una volta erano scuole.

Mi ero messa d’accordo per andare con un’amica alla fine della settimana, ma non sapevo se la tregua avrebbe retto fino ad allora. Non volevo perdere l’occasione di visitare i centri e condividere la sofferenza di chi vi si rifugia.

Erano le sette di sera quando ho deciso di andare. Mia madre ha cercato di impedirmelo, dicendo che era tardi ed era una follia. Non è servito a nulla.

Il sole ci ha abbandonati per portare i suoi raggi altrove, lasciandoci ad affogare nell’oscurità dell’ingiustizia e della notte. L’elettricità è diventata preziosa a Gaza, da quando gli aerei israeliani hanno attaccato l’unica centrale elettrica lo scorso 28 luglio.

Quando sono arrivata, la scuola era piena zeppa di facce tristi e cuori infranti.

La prima cosa che ha catturato la mia attenzione sono stati bambini che giocavano su un’altalena ricavata da un pezzo di legno e una rete. Ho parlato con loro. Mi hanno chiesto se facessi parte di qualche organizzazione benefica, ma ho dovuto deluderli.

Sono salita nella stanza numero 8, dove vivono diciotto famiglie. Lì ho parlato ad Heba Abu Taiema, madre di due bambine e quattro figli maschi, 34 anni. Erano lì da più di un mese. Solamente il suo volto e i suoi occhi potevano descrivere le sue sofferenze.

“Avevamo appena pranzato quando le bombe di artiglieria hanno cominciato a cadere come pioggia sulla nostra casa e nel nostro quartiere. Abbiamo chiamato la Croce Rossa e le ambulanze per portarci via ma non sono riusciti a raggiungerci per via dei bombardamenti a tappeto,” mi ha detto Heba. “Non potevamo più resistere, i bambini piangevano ed erano terrorizzati, quindi abbiamo lasciato la casa a piedi, camminando con cautela di casa in casa finché non abbiamo raggiunto un luogo più sicuro.”

Mi ha spiegato che alcuni uomini feriti erano rimasti indietro, e alcune donne hanno deciso di tornare indietro e aiutarli. Hanno preso una bandiera bianca e camminato verso gli uomini, visto che erano ancora vivi, ma i soldati israeliani hanno iniziato a sparare anche alle donne, che sono state costrette a tornare indietro.

Quattro giorni dopo gli uomini sono stati trovati morti, secondo Heba. Sono morti di emorragia, hanno sanguinato fino all’ultimo respiro. Uno dei morti era il cognato di Heba. Era stato prigioniero di Israele per sei anni. Aveva cinque bambine; la più piccola ha appena 11 mesi. Suo fratello è morto di cancro in Egitto. E’ arrivato in Egitto troppo tardi perché il confine a Rafah era chiuso. Heba ha detto che sua suocera ha pianto fino a perdere la vista. Le è rimasto soltanto un figlio.

Heba ha descritto la vita nella scuola come un inferno.

“Manca l’acqua. Vado tutti i giorni all’ospedale per procurarmela. Porto l’acqua per 500 metri sotto il sole cocente. Quando dobbiamo lavarci, andiamo negli ospedali. Non c’è elettricità. Il mio telefono è scarico da secoli e non posso contattare la mia famiglia in Giordania. Devono essere davvero preoccupati: sono la loro unica figlia.”

Dormono tutti sul pavimento ad eccezione delle donne incinte, degli anziani e dei disabili che dormono su materassi.

L’ho ringraziata per avermi raccontato la sua storia e mi sono spostata nella stanza numero 5, dove stavano 98 persone.

Qui ho incontrato una donna adorabile in sedia a rotelle. Ghadeer Abu Latifa, 32 anni, madre di tre figli, è stata ferita dopo che la casa in cui la sua famiglia si stava rifugiando è stata bombardata. Suo marito è in Belgio, dove è ricoverato per una brutta ferita che ha ricevuto in un’offensiva israeliana a Gaza.

La sua unica figlia, Nisyona, è diabetica. La malattia le è stata diagnosticata quando aveva 5 anni. Quell’anno i bulldozer israeliani hanno distrutto la sua casa. “Non mi uccidete, non ci uccidete,” aveva urlato quel giorno.

Ghadeer mi ha detto che lo staff della scuola cerca di fare il possibile per aiutare le 3000 persone che vivono nella scuola, ma non è un compito facile.

Mi ha ringraziata per quello che faccio.

“Vedere il tuo sorriso, come quello di altri ragazzi disposti ad ascoltare le nostre storie tristi e ad aiutarci mi dona speranza. Sappiamo che Gaza potrà rimettersi in piedi grazie a giovani come te,” mi ha detto con un sorriso triste.

Ho lasciato la scuola alle 10. C’erano problemi con i trasporti, quindi ho camminato da sola sotto una bellissima luna piena, senza riuscire a scacciare il loro dolore dalla mente.

Le cose più tristi sono le più difficili da raccontare, perché le parole non bastano a raccontarle: le sminuiscono.

Le mie parole trasformano il loro dolore in qualcosa di concreto, ma la loro tristezza è infinita. Le parole non potranno mai descrivere il dolore provato da queste persone. Le mie parole possono solo darvi un minuscolo spaccato di quello che stanno attraversando.

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